Chiudo una porta. Vent’anni. Ci appoggio le spalle. Vado via. Dietro quella porta, oltre alla polvere, non muterà niente. Muterò io. Avrò sempre il sospetto che da lì qualcosa sia cambiato. Che da lì sia cambiato il mio stesso modo di essere.
Se immagino il mio libro come scritto da un altro, penso che, alla fine, io stesso avrei potuto essere con le spalle contro quella porta. Penso che non avrei potuto risolvermi se non andando anch’io nella direzione contraria. Ogni domanda nella vita, alla fine, diventa una estenuante inchiesta su di sé. È un’ombra; un fatto impercettibile che si inchioda tra le pieghe del viso. Non la riconosci finché qualcosa la ferma, la blocca: finché non c’è più nulla che segni la possibilità di un futuro.
Per questo i morti non mi sono mai piaciuti. Soprattutto quelli ammazzati. Quelli presi alla sprovvista. Quel velo di sgomento mette davanti a tutti la domanda interrotta, la richiesta di aiuto interrotta. Che svanisce col rilassarsi dei muscoli e non avrà risposta. Forse.
Faccio un lavoro strano, se si vuol chiamare lavoro, e me lo chiedo sempre: qual è il limite tra ciò che si prova e ciò che sarà? Tra la verità e la giustizia? Tra il mio naturale bisogno di esserci e l’ineluttabile domanda di chi, guardando il mio viso, quell’istante dopo, proverà a immaginarsi il mio futuro perduto? Giuseppe Fusari
Sabato ore 9.30 Al Vivaio la parola chiave è ospitalità: accogliamo e coltiviamo persone, idee, parole. Vista l’ora, si comincia a chiacchierare con la prima colazione. Caffè, tè, tutte le cose buone che servono a cominciare bene la giornata: biscotti con farine bio cotti in forno a legna, yogurt e formaggi locali, marmellate di frutta del giardino, e quello che il risveglio e la stagione ispirano (per esempio, la chiffon).
Ore 12.30 pranzo leggero, saluti e brindisi. In mezzo, chiacchiere, domande, belle idee. A volontà.